giovedì 28 Gennaio 2021
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    Obbligazioni subordinate e molto altro, il parere di Claudio Gnesutta

    Abbiamo posto a Claudio Gnesutta, Docente di Economia dell’Università “La Sapienza” di Roma una serie di quesiti.

    D. Caro Claudio Gnesutta, vorrei iniziare il colloquio con te  parlando delle obbligazioni subordinate. Mi sono fatto il convincimento che esse non siano affatto delle obbligazioni, ma vero e proprio capitale di rischio. Certe banche hanno preferito usare le subordinate per rafforzare la loro patrimonializzazione, in luogo di aumentare il capitale sociale. Ma puoi dirci la tua opinione sui problemi bancari e finanziari dell’oggi?

    R. Caro Enrico, condivido completamente la tua interpretazione del ruolo delle obbligazioni subordinate nel patrimonio delle banche e del rischio cui inevitabilmente incorrono i loro detentori in caso di dissesto dell’istituto; aspetti che del resto si stanno manifestando anche se con insufficiente consapevolezza. Sono anche d’accordo che sia necessario fare “informazione” su questi aspetti, anche se credo che il problema sia quale informazione sia la più adeguata in questo momento: è quella tecnicamente “finanziaria” o non è piuttosto quella degli aspetti di contorno agli aspetti finanziari, quindi una spiegazione “economico-politica”?

    A limitarsi all’informazione finanziaria ci si riduce, a mio avviso, a illustrare la natura dei relativi contratti anche se integrati, come ben suggerisci, degli elementi che costituiscono il quadro istituzionale in cui essi si realizzano. Ma la rilevanza concreta di un contratto non dipende solo dalle condizioni personali dei contraenti, ma spesso anche da condizioni che non dipendono da strette responsabilità individuali; come quando sono frutto della dinamica macroeconomica. Se non si affronta questa dimensione del problema non si può comprendere perché alcune obbligazioni subordinate diventano carta straccia e altre no.

    D. Certamente. Puoi allora entrare nel merito di questa dimensione dei problemi?

    R. Occorre preliminarmente, da economisti interessati alla didattica economica, chiarire fin dove dobbiamo spingerci nel tentativo di chiarire i meccanismi finanziari. Mi sembra vi siano questioni importanti che, anche con riferimento alla vicenda attuale, richiedano di allargare l’orizzonte entro il quale vanno inseriti gli eventi in discussione. Alcuni punti. Il contenuto contrattuale del rapporto banchiere-risparmiatore dal quale dipende la sicurezza dell’investimento finanziario è un aspetto importante e certamente è spesso minato da comportamenti (del banchiere) incompetenti, fraudolenti se non di vere e proprie frodi (i Ponzi sono più frequenti di quanto si pensi).

    Contro questi abusi esiste un apparato istituzionale di garanzia del risparmiatore costituito, in sostanza, dall’attività di Vigilanza degli organi nazionali ed europei. Nella situazione attuale le banche sono private e il rapporto banca-cliente è fuori dall’orizzonte pubblico, anche se ciò non risulta comprensibile dalla gran parte delle persone. Le banche sono tutt’altro che sicure come si pensa(va) e non vi è ragione (attualmente) istituzionale perché lo Stato intervenga per salvarle.

    L’attività del banchiere (anche se svolta con competenza e correttezza) ha come riferimento un ambiente economico futuro soggetto a eventi spesso altamente incerti. Le banche finanziano imprese e persone sulla base di aspettative sul loro reddito futuro e se questo, per ragioni anche indipendenti dal comportamento del cliente, dovesse subire un tracollo, la banca si trova tanto più in difficoltà quanto maggiori sono le difficoltà dei propri clienti. Tali difficoltà possono essere tamponata con “trucchi finanziari” (come le obbligazioni subordinate) per prendere tempo. Sono espedienti appropriati se le difficoltà sono temporanee (“la ripresa è dietro l’angolo”), altrimenti (in una fase di ristrutturazione e di stagnazione: l’economia del “zero virgola”) si ha una crescita insostenibile delle perdite e quindi il fallimento.

    D. Quali sono le caratteristiche della stagnazione in corso? Quale politica monetaria e fiscale potrebbe essere utile in una fase così difficile?

    R. L’attuale stagnazione dipende dalla strategia della politica macroeconomica europea, monetaria accomodante e fiscale restrittiva con effetti deflazionistici. I tassi d’interesse nominali molto bassi non sono sufficienti a sostenere l’attività delle imprese e dei loro investimenti poiché non compensano l’aumento del premio per il rischio nel finanziamento del settore non-finanziario. L’imposizione di un elevato premio per il rischio da parte delle banche può essere “giustificato” a livello micro, ma non a livello macro poiché, bloccando il credito al settore non-finanziario, accentua, in un circolo vizioso, la depressione dell’attività produttiva. Permanendo la “politica di austerità”, ai singoli istituti può non essere sufficiente la propria perizia e il proprio impegno per superare le difficoltà di natura macroeconomica.

    D. La sensazione è che la BCE costituisca l’ago della bilancia per rilanciare l’economia. Condividi o meno questo giudizio?

    R. L’azione della Banca centrale europea aggiunge ulteriori rischi. Come le banche ricorrono a “trucchi” finanziari per acquistare tempo anche le operazioni innovative della BCE hanno lo scopo di “dare tempo” alle (grandi) banche di rimettere in sesto i loro bilanci. Fondandosi sulla convinzione che le istituzioni finanziarie siano le migliori interpreti delle potenzialità produttive di più lungo periodo, la BCE è disposta a rifornire le banche di tutta la liquidità richiesta; il suo ammontare è determinato endogenamente dal settore finanziario che, non dando garanzie di rilanciare le condizioni produttive di lungo periodo, espone l’intero sistema al pericolo di un avvitamento su sé stesso.

    Le attività monetarie hanno un rendimento sostanzialmente nullo per cui ai risparmiatori che ricercano un rendimento non irrisorio rimangono disponibili solo attività finanziarie con un contenuto significativo di rischio. Poiché la speculazione finanziaria sui titoli pubblici ne ha minato la fiducia, ai piccoli risparmiatori manca un’alternativa sicura segnalando un altro stravolgimento della nostra Costituzione che, nell’art. 47, attribuisce alla Repubblica il compito di incoraggiare e tutelare il risparmio.

    La logica di Basilea, e quella dell’Unione europea, non aiuta. Fondata su un’ottica “mercatista”, cioè su una autoregolazione del sistema finanziario, essa rinvia la soluzione di eventuali crisi al livello microeconomico dei singoli istituti. La singola banca è lasciata libera nelle sue scelte operative richiedendole, come unico vincolo, il rispetto di regole prefissate in materia di calcolo del rischio e dei correlati requisiti minimi di capitale. In una realtà di mercati non perfettamente informativi, un tale meccanismo produce risultati opposti a quelli attesi: per affrontare la rigidità di un attivo che la crisi rende più rischioso si registra una minore trasparenza dell’effettivo rischio e un’eccessiva espansione dei bilanci bancari. Il sistema finanziario invece di garantire crescita e stabilità macroeconomica introduce elementi “prociclici” amplificando la crisi di solidità e solvibilità aziendale e accentuando endogenamente la fragilità del sistema.

    D. Qual è dunque la logica dell’attuale funzionamento delle istituzioni finanziarie?

    R. Le clausole contrattuali dei rapporti finanziari – di cui occorre comprendere la natura e le implicazioni – non possono garantire difese assolute dai rischi di un processo le cui radici sono macroeconomiche. Tuttavia, nell’attuale assetto istituzionale orientato alla responsabilità individuale, le cose non possono andare diversamente: i costi del rischio finanziario li deve assumere il risparmiatore razionale che sbaglia i propri calcoli (se ha informazioni insufficienti è responsabilità sua che non le ha ricercate ed elaborate adeguatamente). Ovviamente il mondo non è quello ipotizzato dell’efficienza dei mercati.

    Paradossalmente, il risparmio considerato ideologicamente quale fonte della sicurezza personale futura deve essere gestito all’interno di una finanza che è fonte di incertezza e di disuguaglianza. Un sistema che, nel momento in cui intende attribuire all’individuo il ruolo e la responsabilità del faber fortunae suae, opera per scaricare l’incertezza degli eventi futuri sui soggetti meno attrezzati; in maniera non molto dissimile ai provvedimenti istituzionali con i quali si sta organizzando una società che scarica i rischi dell’attività produttiva sui lavoratori, soprattutto su quelli più deboli. Un sistema che, per aumentare il pil (e la disuguaglianza), riduce il benessere della maggioranza delle persone e quindi quello collettivo.

    D. Come impostare allora nei giovani la conoscenza economica e finanziaria di questi aspetti? Come sappiamo la cultura economica e finanziaria è assai carente nel nostro paese. Nella scuola si sta operando con fatica e ritardo per rafforzarla.

    R. Come vedi, ci sono, a mio avviso, parecchi temi che andrebbero affrontati per comprendere non tanto l’attuale tecnica finanziaria, ma il posto che abbiamo come singoli e come collettività nell’attuale realtà finanziaria. Ma vi è anche una ragione morale (o, se vuoi, politica) che mi mette a disagio nel restringere un intervento educativo ai soli aspetti tecnico-finanziari ed è che non credo vada rafforzata nei giovani un’educazione improntata a un’interpretazione della propria posizione nel mondo e del proprio futuro (la finanza è futuro) centrata su obiettivi appropriativi strettamente autointeressati; un’interpretazione pericolosa che contrasta alla radice un’educazione che dia ai giovani, come penso debba dare, la consapevolezza del mondo in cui devono vivere e che devono cambiare. Un’economia dell’equilibrio generale e istruzioni sul funzionamento tecnico delle operazioni finanziarie non mi sembrano costituire un progetto adeguato per i nostri tempi; anzi, apparendo giustificatorî dell’esistente, rischiano di dare per naturale quel futuro minaccioso che provoca timori e paure e si traduce in passività politica e regressione culturale. In questo momento, se non vogliamo abbandonarci al senso di sfiducia e di incertezza che restringe i nostri orizzonti dobbiamo stare attenti ai messaggi che trasmettiamo ai giovani per non sviare la tensione a modificare un sistema inadeguato e ingiusto. Per questo è necessario avere un criterio di priorità nell’individuare quali sono le questioni essenziali sul piano educativo.

    Claudio Gnesutta è Docente di Economia politica, Macroeconomia, Economia monetaria e Politica economica nella Facoltà di Scienze economiche e bancarie di Siena, nella Facoltà di Giurisprudenza di Firenze e nella Facoltà di Economia dell’Università “La Sapienza” di Roma.

    A cura di Enrico Castrovilli, AEEE-Italia

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