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    FINESTRA SU UN MONDO INCERTO (rubrica a cura del Prof. Francesco Silva)

    Ultimo aggiornamento 8 aprile 2024

    L’economia mondiale, rapidamente globalizzatasi tra gli anni Ottanta del secolo scorso e il primo decennio di questo secolo, è stata colpita in sequenza da una serie di forti scossoni (shocks) che hanno impresso un nuovo corso alla sua evoluzione, modificandone la struttura e il corso e soprattutto aumentando il grado di incertezza economica e politica globale. Alcuni di questi scossoni hanno un’origine locale che si trasmette al globo: si pensi alla crisi dei mercati finanziari del 2007/08 esplosa negli Stati Uniti, che da lì si estende all’economia mondiale; alla guerra generata dalla tentata invasione russa dell’Ucraina, conflitto di confine che ha implicazioni politiche e conseguenze economiche globali. Altri hanno alla loro origine delle cause globali: pensiamo alla pandemia “covid 19”, al surriscaldamento dell’atmosfera e alle conseguenze che ne derivano, ai flussi migratori, effetto degli squilibri economici e demografici globali. La concentrazione in tempi ristretti – i quindici anni che corrono tra il 2008 e il 2003 – di questi shock ha creato livelli di incertezza economica e geopolitica mai raggiunta prima d’ora, almeno dalla Seconda Guerra Mondiale. L’incertezza avvolge non solo l’immediato, ma anche e forse soprattutto il futuro più lontano. All’eredità di questi eventi si aggiungono infatti il rovesciamento geopolitico generato dal tramonto dell’egemonia occidentale e gli imprevedibili effetti dell’irrompere di nuove tecnologie – non vi è solo l’I.A., ma anche tutto l’insieme delle tecnologie della vita –, ma anche l’imprevedibile reazione di Gea a tutti questi sommovimenti.In questo sito certo non si cerca, né si pretende di coprire tutti questi temi, né tanto meno di offrire risposte sul come affrontarli. Si daranno informazioni inevitabilmente sparse e inadeguate sul nuovo contesto globale, oltre che sulle politiche poste in essere o che si vorrebbero ( o dovrebbero) attivare per governarlo e non solo subirlo pensando a un passato che non c’è più. Si daranno degli stimoli di riflessione, utili ai  docenti e alla loro attività didattica. L’incertezza regna sovrana e con essa dobbiamo tutti noi convivere e soprattutto aiutare a conviverci i giovani di oggi. L’informazione e la libera ( e vera) discussione ne sono la premessa necessaria. 

    Articolo 33

    L’IA è in sintesi l’elaborazione “artificiale” di quantità enormi di dati. L’esito di questa elaborazione dipende essenzialmente dalla qualità dei dati elaborati, di cui qui non si parla, e sulla loro disponibilità quantitativa. I dati sono free o hanno un prezzo ? se hanno un prezzo qualle è, chi lo paga e a favore di chi ? Questa è la base dell’economia dell’IA, che ha una certa analogia con quella dei media, che vivono vendendo “pacchetti”di notizie e pubblicità a chi è disposto a pagarli, ossia ai consumatori di notizie e a chi vende le informazioni pubblicitarie. Parafrasando il noto assioma economico “No lunch is free” si potrebbe dire ” No data is fre”.L’articolo di cui è qui indicato il link si focalizza appunto sulla seguente domanda: ” chi paga la materia prima di cui vive l’IA ( trascurando quella non secondaria costituita dall’energia elettrica consumata per elaborare i dati ), qualcuno o nessuno?

    https://www.rivistailmulino.it/a/no-data-no-party?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+8+aprile+%5B9532%5D

    Articolo 32

    Il prevedibile, e pericolosissimo, insuccesso del PNNR conferma un aspetto essenziale di ogni politica economica: se la Pubblica Amministrazione non funziona non funzionano neppure le politiche pubbliche. In Italia la P.A. è una farraginosa organizzazione che nessuno ha mai riformato né pensa di riformare.  Di questo tratta l’articolo pubblicato su il Mulino on-line di cui è qui indicato il link.

    https://www.rivistailmulino.it/a/una-svolta-di-salerno-per-la-riforma-amministrativa?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+4+aprile+%5B9528%5D

    Articolo 31

    L’articolo di Giovanni Cominelli, di cui qui è riportato il link, induce a riflessioni serie in tema di educazione civica, ma ha anche un senso economico, da ricercare nel concetto di bene pubblico. Nel linguaggio comune, ma non solo, il termine “pubblico” è spesso inteso come “di proprietà di un soggetto pubblico”. L’abbinamento è scorretto, perchè il significato è diverso. Un soggetto pubblico, ad esempio lo stato, può essere proprietario sia di beni privati ( pensiamo ad esempio all’ILVA, che in quanto azienda ha natura privata, anche se la proprietà è dello stato ) che di  beni pubblici, intendendo qui con questo termine “beni comuni” ossia disponibili a tutti ( pensiamo al paesaggio, alle spiagge, agli edifici scolastici, ai monumenti protetti dalle Belle arti, all’aria che si respira, etc.). 
    Questi beni pubblici dovrebbero essere intesi da tutti noi come “beni comuni” ossia nostri e in quanto tali dovrebbero essere protetti da una sana etica/educazione civica oltre che da norme giuridiche. L’assenza di questa doppia protezione, etica e giuridica, fa sì che essi vengano interpretati come “beni di nessuno”: l’idea di “comune” diventa “di nessuno”. Questo salto interpretativo, a monte del quale sta un decadimento etico e il lassismo responsabile nell’uso delle norme giuridiche (esistenti) indica il degrado della convivenza collettiva, e certamente ha forti costi economici. L’articolo di Cominelli riflette appunto su questi aspetti.

    Articolo 30

    La protesta degli agricoltori europei e italiani è stata molto rumorosa e si è fatta sentire, anche perchè sono un gruppo di pressione molto forte e ben organizzato, da molti decenni. Vi è da aggiungere che anche fuori dall’Europa il settore agricolo riceve consistenti aiuti governativi. Molto meno noti sono forse i dati effettivi riguardanti il sostegno pubblico dato agli agricoltori dall’UE, oggi e in tempi passati. L’articolo di cui si riporta qui il link aiuta a capirne qualcosa di più.

    Articolo 29

    Fin dall’Unità d’Italia la differenza economica e sociale tra Nord e Mezzogiorno è stata IL problema italiano. Per alcuni decenni del secolo passato detto problema fu ribattezzato “Questione meridionale” inteso come problema da affrontare in modo specifico e da risolvere o quanto meno da porre sulla strada del suo superamento. Poi, benché irrisolto, scomparve dai radar dell’attenzione collettiva, non perchè fosse scomparso lui, ma perchè erano scomparsi gli uomini addetti al radar. Permangono però attivi gli addetti alla pesca di voti. Oggi la Questione è diventata quasi una “tragedia”, ma tutti sono più interessati alle commedie.E’ il caso di osservare che tra tutti i paesi occidentali i quali nel corso dell’ultimo secolo hanno percorso la via dello sviluppo nazionale, economico e sociale, mancano esempi di aumento dei divari territoriali, se non quello italiano, appunto.Il link qui indicato riporta attenzione al tema: è solo una memoria storica, naturalmente. Mai distrarre l’attenzione dalla commedia.

    https://www.machina-deriveapprodi.com/post/questione-meridionale-una-questione-di-sviluppo

    Articolo 28

    Il grafico qui riportato indica quali sono le principali società per azioni italiane in cui vi è partecipazione statale e quale è la percentuale di questa partecipazione. Si tenga presente che per controllare una società è sufficiente il 51% delle quote, ma che per le società il cui capitale è distribuito tra un grande numero di azionisti la quota può anche essere sensibilmente inferiore, come è il caso di ENI ed ENEL. Un controllo sostanziale della qualità delle scelte gestionali di un’impresa di grandi dimensioni è comunque nelle mani del mercato finanziario che è disposto a sostenere eventuali posizioni debitorie solo a condizione che il loro livello di rischiosità sia “accettabile” e che la redditività della società sia appropriata. 

    Articolo 27

    Nel 1978 il regista Wim Wenders produsse un bellissimo film “Il matrimonio di Eva Braun”. Il film raccontava, a modo suo, le debolezze etiche, prima ancora che economiche, del “Miracolo economico tedesco” dei due decenni precedenti. Va infatti ricordato che non ci fu solo il “Miracolo” italiano, che pure cominciava a sgonfiarsi verso la fine degli anni Settanta. Negli anni successivi la Germania economica e politica cominciò a rimodellarsi definendo nuovi equilibri politici interni e internazionali. L’economicismo ebbe il sopravvento. Negli anni Novanta il paese fu nuovamente in crisi e la Germania venne anche chiamata “la malata d’Europa”. Superò la crisi rafforzando la cementificazione economica della società e rafforzando pericolosamente i rapporti con due grandi paesi importatori, la Russia e la Cina. Da qui una crescita a basso costo energetico ed export led. Questa strategia politica e di politica economica è stata messa in discussione dalle recenti vicende internazionali legate all’invasione russa dell’Ucraina. Tutto è da ripensare, ma gli equilibri politici interni rischiano di non tenere, come segnalano gli straordinari scioperi che paralizzano il paese. L’articolo di cui è qui indicato il link ( il Mulino on-line )  discute delle difficoltà economiche e politiche, nazionali e internazionali della Germania di oggi. Se siamo interessati a capire come e dove andrà l’Europa, e quindi l’Italia, non possiamo non esserlo per quanto succede e succederà in Germania.

    https://www.rivistailmulino.it/a/una-germania-instabile?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+29+gennaio+%5B9438%5D

    Articolo 26

    Anche quest’anno è stato pubblicato il Rapporto Oxfam sulla distribuzione delle ricchezza e del reddito nel mondo. 
    L’articolo pubblicato su Sacial Europe è un commento al Rapporto in termini di politiche fiscali appropriate per rimediare in qualche misura alle diseguaglianze crescenti.

    Articolo 25

    Una condizione necessaria per l’esistenza di regolari e intensi scambi commerciali internazionali, ovvero della globalizzazione, è la libertà di trasporto delle merci nei mari. Vi sono alcuni corridoi marini, ovvero tratti di mare, che costituiscono passaggi ineludibili ai fini del contenimento dei costi di trasporto marittimo. Uno di questi è il Mar Rosso e il Canale di Suez. Per la difesa della libertà di trasporto in questi tratti di mare si sono combattute già molte battaglie, a partire dal 1957. Ora si sta accendendo una nuova guerra, per ora di bassa intensità, che ha serie possibilità di aggravarsi ed estendersi. Di questo parla l’articolo qui riportato. Va osservato che l’Europa, e l’Italia, è la zona del mondo che risulterebbe più danneggiata da questa potenziale guerra, danno che si aggiungerebbe a quelli già determinati ( in termini umani ed economici ) dalla guerra Russia-Ucraina.

    https://goodauthority.org/news/why-globalization-is-now-in-the-crossfire/?utm_campaign=Brookings%20Brief&utm_medium=email&utm_content=289832528&utm_source=hs_email

    Articolo 24

    La transizione energetica è un processo lungo e complesso la cui difficoltà non sta solo nel ridurre drasticamente il consumo di carbone, petrolio e gas metano, ma anche di aumentare l’estrazione, la trasformazione e il consumo di minerali strategici per i nuovi processi industriale legati alla transizione stessa. La disponibilità di questi minerali sul territorio nazionale è ovviamente un elemento di forze per chi ne ha abbondanza nel suo sottosuolo, anche se il commercio internazionale può compensare le scarsità, a un costo. La loro distribuzione geografica globale non coincide con quella delle materie prime utilizzate nell’epoca del CO2 modificando la mappa delle dotazioni nazionali di minerali strategici per lo sviluppo. In questo contesto l’Europa era ( salva la dotazione del vecchio carbone ) ed è svantaggiata.
    L’articolo riportato al link sotto indicato esamina la situazione dei paesi europei. I nuovi minerali strategici sono piuttosto scarsi in termini assoluti nel sottosuolo dell’Europa (UE) e sono anche distribuiti in modo molto diseguale, avvantaggiando in tal senso i paaesi nordici. Questo è il tema dell’articolo riportato nel link, ricco di dati e di considerazioni prospettiche.   

    Articolo 23

    Questa rubrica ha un nome: Finestra su un mondo incerto. Il consistente documento qui allegato, prodotto dall’ ISPI, cerca di far luce sulle incertezze che ci attendono nell’anno che si è appena aperto, incertezze politiche ed economiche internazionali. Il mondo, l’economia e la politica che ne orientano la storia, stanno cambiando molto velocemente, forse più del previsto: armiamoci di capacità di comprendere, ma anche della consapevolezza della capacità dell’uomo di distruggere, ma anche di adattarsi e di costruire nuovi ed affascinanti scenari.

    Articolo 22

    La Brookings institution offre un insieme di interventi complessivamente moderati sugli esiti della recente conferenza COP28 sull’ambiente.Il bicchiere è mezzo vuoto e mezzo pieno, e il riempirlo dipende dalle scelte che faranno i consumatori, le imprese e gli stati. Rimane comunque assodato che è priva di senso l’ipotesi secondo cui il riscaldamento atmosferico è un normale ciclo climatico di cui non preoccuparsi più di tanto.

    Articolo 21

    L’articolo qui allegato è stato scritto da Alessandro Cavalli, noto sociologo che ha insegnato all’Università di Pavia. Commenta un articolo di Galli della Loggia comparso sul Corriere della Sera che, prendendo spunto dal conflitto israeliano-palestinese, parla anche del nostro – di noi italiani – rapporto con le guerre. Quello di Cavalli è un raro scritto equilibrato e lucido su questo devastante conflitto, e tra le altre cose ci riporta a riflettere sulle guerre che hanno coinvolto e annientato l’Europa nel secolo passato.

    Articolo 20

    Quale è il futuro dei ceti medi nei paesi a economia avanzata ? Questo è l’interrogativo a cui cerca di rispondere Homi Kharas, della Brookings Institution

    Articolo 19

    Liberalizzare un mercato, ossia passare da una condizione di monopolio ad una di concorrenza non è affatto facile. Non basta dire “più concorrenza” per averla, e soprattutto per averla “buona”. Significa infatti creare delle regole che consentano di competere effettivamente. I casi passati più importanti e complessi sono quelli dei servizi di pubblica utilità: elettricità, gas, telefonia, tresporti, etc. L’operazione non ha sempre poerato a risultati buoni. Vi è però da dire che il sistema che precedeva la liberalizzazione comunque non era più sostenibile. 
    La liberalizzazione che oggi scalda maggiormente il dibattito politico ed economico in Italia è forse quella delle concessioni balneari. Qui semrerebbe esserci uno scontro diretto di interessi tra gli incumbent, ossia di quelli che al momento godono di una concessione di uso di tipo monopolistico di un tratto di costa, e quello dei possibili concorrenti che vogliono entrare nel settore. Ma è proprio così ? L’articolo pubblicato su il Mulino, di cui al link qui sotto indicato, segnala che forse la partita è più complessa, sia per la storia molto particolare che diede origine al sistema delle concessioni in Italia, ma soprattutto perchè gli interessi coinvolti non sono solo due, ma almeno tre, se si hanno presnti quelli concretissimi delle amministrazioni locali. Vi sarebbe poi quello di un quarto interesse “nascosto”, di cui l’articolo non parla, che è quello dei balneari che non vogliono pagare per accedere a un bene pubblico, le coste del demanio. Tutto questo per non parlare di un quarto interesse, quello collettivo della tutela dell’ambiente.

    https://www.rivistailmulino.it/a/concessioni-balneari-br-la-svolta-delle-gare-e-i-rischi-del-libero-mercato

    Articolo 18

    Il lucido articolo di M. Daunton “After neoliberalism”, di cui al link qui sotto indicato, offre una chiarissima visione dei problemi economici che il mondo si trova ad affrontare e soprattutto delle politiche possibili per riequilibrarli. Compara l’attualità con quella che seguì la Prima guerra mondiale, che trovò una risposta scorretta. Il Virgilio che lo guida in questo viaggio è lo stesso che offrì idee a chi operò nel secolo scorso, J.M.Keynes 

    Articolo 17

    L’articolo High and rising Federal Debt, scritto da K. Dynan, Harvard, è una documentatissima analisi della crescita del debito pubblico (federale) statunitense, delle sue origini, della sua composizione e dei problemi che pone. L’autore ritiene che sia  possibile porre un freno a tale pericoloso aumento, ma, come è ovvio, spetti alla politica decidere se e come porvi rimedio.In Italia a parole siamo preoccupati dell’altissimo livello che ha raggiunto il nostro debito pubblico, ma nei fatti dimostriamo di esserlo molto meno ed evitiamo di affrontare la questione del se e come dare una risposta. In effetti l’alto e crescente rapporto debito pubblico/PIL è IL grande problema economico-finanziario italiano. L’indebitamento italiano ha alle spalle una storia di quasi cinquant’anni e il fatto di non avervi posto rimedio ed anzi di avere permesso che esso continui ad aumentare ha fatto sì che negli ultimi dieci anni l’esborso annuo per spese d’interessi sul debito pubblico sia stato pari a circa 75 miliardi all’anno.     

    Articolo 16

    L’articolo di lavoce.info di cui al link qui segnalato si riferisce al decreto legge attuativo della delega per la riforma fiscale, recentemente approvato dal governo. E’ la norma per cui alcune categorie di imprese, quelle piccole o piccolissime, avranno la possibilità di concordare preventivamente il reddito atteso per l’anno successivo, e quindi il loro onere fiscale, con l’Agenzia delle Entrate. L’articolo mostra come tra la “teoria” del provvedimento annunciato, la sua “pratica” attuazione, e le sue conseguenze effettive, vi sia una certa distanza. Nello specifico provvedimento è difficile prevedere quale sarà la reazione dei soggetti interessati, a cui si offrono più opzioni, e quindi l’effettivo gettito determinato dal provvedimento e quali gli effetti redistributivi. Molto spesso avviene che l’effetto comunicativo di un provvedimento , quello cercato dai governi,  non coincida con quello che si concretizzerà, anche perchè il contenuto della norma è sufficientemente fuzzy.

    Articolo 15

    L’articolo di cui nel link qui sotto indicato è pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale, e si riferisce non all’Italia, ma all’Europa e agli Stati Uniti. Per comprenderne meglio il significato, molto importante, ne indico qui i punti essenziali. In molti paesi, tra cui però non c’è l’Italia, gli effetti negativi dell’inflazione, tra cui in particolare la compressione del potere d’acquisto dei consumatori (famiglie), sono stati almeno in parte compensati dall’ aumento dei salari. Ciò che conta ai fini della domanda aggregata e quindi della crescita dell’economia non sono però solo i salari percepiti, ma il “monte salari” ossia la somma dei salari percepiti dall’insieme dei lavoratori occupati. Se l’ammontare degli occupati cresce meno o diminuisce, allora un aumento dei salari non inflazionistico, ossia compatibile con la crescita produttività, non è sufficiente a far aumentare ( o a non deprimere ) il “monte salari” . Avviene invece non solo che l’aumento della produttività possibile non sia sufficiente – e certamente non lo è in Italia – , ma anche che l’offerta di lavoro da parte dei lavoratori diminuisce. Il grafico riportato mostra quali sono le componenti di questa riduzione dell’offerta di lavoro. Stando così le cose sono necessarie politiche economiche aggiuntive a quella monetaria anti inflazionistica delle Banche Centrali, politica per sua natura depressiva. Sono necessarie politiche industriali, del lavoro, della formazione e dell’immigrazione. Questi sono suggerimenti del FMI, non dell’Opposizione, se c’è.

    https://content.govdelivery.com/accounts/USIMF/bulletins/37a01e4

    Articolo 14

    Le valute digitali sono nate spontaneamente, create da “imprenditori” ad alta propensione al rischio che le producevano e vendevano a persone o istituzioni pure amanti del rischio, le quali le utilizzavano per fare transazioni commerciali, ma soprattutto come investimenti finanziari speculativi. Difatti molti hanno perso molto e alcuni “produttori” hanno avuto o hanno guai con la giustizia.In una società fortemente informatizzata le valute digitali hanno però molto senso, certamente se intese come strumenti di pagamento. Per esserlo devono essere più “sicure”. Richiedono la legittimazione delle banche centrali e una regolamentazione che dia garanzie al mercato di questi nuovi strumenti monetari. In questa direzione si sta muovendo la BCE, L’articolo di A. Baglioni su lavoce.info a cui si accede con il link indicato, tratta appunto della costruzione di questo mercato in Europa. 

    Articolo 13

    Il Rapporto di previsione al 2024 dell’andamento dell’economia italiana elaborato dal Centro Studi di Confindustria contiene molti dati e riflessioni interessanti, riguardanti anche l’andamento dell’economia italiana negli ultimi anni. Ricco di dati e grafici, aiuta a capire cosa è successo al nostro sistema economico e cosa, verosimilmente, succederà. Non è un documento di lettura, ma da sfogliare per trovare una possibile risposta a interrogativi riguardanti le origini dell’inflazione, l’andamento dell’occupazione,  la competitività del sistema produttivo nazionale, etc.

    Articolo 12

    Lo scritto recuperabile con il link qui sotto indicato spiega che cosa è il “neutral rate of interest”, tasso d’interesse di breve periodo che in teoria dovrebbe imporsi se un sistema economico fosse in equilibrio di piena occupazione, cosa che avverrebbe se vi fosse uguaglianza tra risparmi e investimenti aggregati, e non vi fosse inflazione. Questo è il tasso d’interesse a cui dovrebbero riferirsi le banche centrali nel fissare il loro tasso d’interesse base, per intenderci quello che la FED e la BCE hanno aumentato nell’ultimo anno. Se così facessero la loro offerta di moneta sarebbe “neutrale” ossia compatibile con la piena occupazione e l’assenza di inflazione. Se il tasso base da loro fissato è invece superiore vuol dire che la politica monetaria è restrittiva, come lo è attualmente; se è inferiore vorrebbe dire che è espansiva. Il “tasso d’interesse neutrale” è un concetto assolutamente teorico, ossia non lo si trova su alcun mercato, ma è elaborato teoricamente. E’ o dovrebbe essere il faro di riferimento delle manovre di politica monetaria. L’aspetto più interessante delle stime contenute in questo articolo è che detto tasso neutrale è diminuito molto negli ultimi decenni, in modo assolutamente anomalo. Perché ? E’ quanto l’articolo cerca di spiegare.

    Articolo 11

    In un saggio pubblicato nel 2008 – Pay back, Debt and the Shadow Side of Wealth – Margaret Atwood, ragionando a par suo sulla crisi finanziaria di quell’anno, evidenzia la bulimia da debito nell’economia mondiale, il ruolo giocato dalla crisi della morale del “pay back” dei debito e la divisione tra chi ne beneficia e chi ne soffre. Nel breve articolo qui riportato Nikita Aggarwall, ricercatore all’ Oxford Internet Institute’s Digital Ethics, discute di come l’espansione dei big data utilizzabili dai prestatori finanziari permetta loro di discriminare a loro favore tra coloro a cui concedere credito, in particolare alle famiglie. E’ un diverso tipo di violazione dell’etica del credit/debito, e anche in questo caso è l’insufficienza del funzionamento giuridico e del sistema regolatorio a permettere comportamenti che minano lo statuto del debito, colonna portante di tutte le economie, a cominciare da quelle antichissime dei Sumeri e dei Babilonesi.  

    Articolo 10

    Come si può leggere nell’articolo ( Brookings Institution ) di cui è qui sotto indicato il link l’Italia non è l’unico paese in cui il sistema scolastico ha problemi crescenti, anche qui derivanti dal forte turnover dei docenti e dai loro abbandoni. Questo non ci conforta molto, ma ci fa capire che le disfunzioni del sistema scolastiche non sono presenti solo in Italia.

    Articolo 9

    Il tema della democrazia e del suo stato di salute ci riguarda da un punto di vista sia politico che economico. Il vero fattore che caratterizza il “capitalismo liberale” nelle società occidentali è l’esistenza e la difesa della pluralità degli interessi e della loro libera espressione competitiva, ovvero della libera concorrenza in economia e della democrazia in politica. Se la democrazia indebolisce, il capitalismo può anche sopravvivere, seppure depotenziato dai grandi benefici anche economici della libertà di espressione, ma si chiama “illiberale” o “autoritario”. E’ un mondo diverso da quello in cui i paesi occidentali sono vissuti negli ultimi settantacinque anni. Nella contemporaneità si sta appunto evidenziando una tendenza in questa direzione, ossia alla concentrazione dei poteri economici e politici, e quindi alla convergenza del capitalismo “liberale” verso quello “illiberale” o “autoritario”. Il così detto “populismo” non sarebbe altro che il veicolo di questa trasformazione.
    L’articolo di cui nel link sotto indicato tratta appunto di questa tendenza concretamente presente in Occidente e più specificatamente negli Stati Uniti. Esso sintetizza i risultati di molte ricerche che la comproverebbero. E’ pubblicato dalla Brooking Institution, una serissima e consolidata istituzione statunitense che indaga sull’economia e la società di quel paese, istituzione che potrebbe essere definita “liberal”.    

    Articolo 8

    L’articolo pubblicato su lavoce.info di cui è qui indicato il link, e scritto dalla prof.sa Daniela del Boca, spiega la storia e il senso delle ricerche di Claudia Goldin, l’economista statunitense che ha ottenuto giorni or sono il Premio Nobel per l’economia. Al di là del senso e dell’importanza dei risultati che la Goldin ha ottenuto, val la pena di sottolineare come ormai da anni il Nobel per l’economia premia meno di frequente le ricerche in campo economico-finanziario, e sempre più quelle che hanno un contenuto interdisciplinare: economia e psicologia, economia e sociologia, economia e politica, storia economica. E’ un segnale dell’evoluzione della ricerca economica, che esce dal recinto ristretto definito dai paletti dell’analisi economica tradizionale.

    Articolo 7

    A giorni si svolgeranno le elezioni politiche in Polonia. Non si può negare che l’esito che ne uscirà influenzerà molto il contesto internazionale, sia politico, che economico. Impatterà soprattutto sul futuro dell’UE e indirettamente sul nostro paese. Impatterà sui rapporti tra UE e Stati Uniti, non solo rispetto alla guerra Russia-Ucraina. 
    Qui di seguito sono indicati due link, uno con la rivista italiana il Mulino e il secondo con la Brookings Institution. Ambedue gli articoli vedrebbero con più favore un cambiamento di colori dell’attuale governo, ma ambedue hanno la caratteristica di essere documentati e seri.

    https://www.rivistailmulino.it/a/la-polonia-di-oggi?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+9+ottobre+%5B9302%5D

    Articolo 6

    La politica economica italiana tende a identificarsi sempre più con le scelte contenute nella Legge Finanziaria, che a breve il Parlamento comincerà a discutere, e di cui il Documento di Economia e Finanza da poco presentato al Parlamento dal governo è il quadro di riferimento. Due sono i vincoli aggregati più importanti che debbono orientare la Legge Finanziaria: il debito pubblico, e quindi il deficit previsto per il 2024, e la sua approvazione da parte dell’UE. Come scrive il prof. Massimo Bordignon nell’articolo su lavoce.info di cui è qui riportato il link, gli spazi di manovra sono molto stretti e non tenerne conto può essere molto pericoloso, negli anni a venire. E’ opportuno tenere presente che sul comportamento degli operatori finanziari e produttivi hanno grande rilevanza le aspettative – come incominciò a insegnare J.M. Keynes – e queste sono influenzate in modo determinante dai segnali che mandano i decisori pubblici – i governi nazionali e le banche centrali – con le loro scelte o anche solo con le loro parole. Parole e scelte sbagliate, anche se solo annunciate e poi ritrattate, pesano.

    Articolo 5

    L’articolo di C.Checchi e T.Jappelli pubblicato su lavoce.info, di cui è qui indicato il link, raccoglie un’interessante analisi sulle tendenze delle diseguaglianze economiche in Italia. Erano già alte, relativamente agli altri paesi OECD, decenni or sono e ora sono aumentate. Gli autori avanzano alcune ipotesi sulle possibili cause di questo deterioramento

    Articolo 4

    Il tema del comportamento “indisciplinato” degli studenti in classe è di attualità, come noto. E’ pure noto che esso è stato affrontato dall’attuale governo in una prospettiva “repressiva”. Un problema analogo si pone anche negli Stati Uniti, e non c’è da stupirsi. Anche lì il dibattito è molto acceso e divisivo. Alcuni Stati hanno già introdotto una linea “repressiva”, altri no, o comunque non ancora. L’articolo riportato nel link affronta questo tema e riporta i dati di una ricerca fatta negli Stati Uniti sul successo o insuccesso delle diverse politiche. 

    https://www.brookings.edu/articles/survey-what-does-the-research-say-about-how-to-reduce-student-misbehavior-in-schools/?utm_campaign=Brookings%20Brief&utm_medium=email&utm_content=275326556&utm_source=hs_email

    Articolo 3

    Nel 2001 l’ Autorità antitrust europea, commissario Mario Monti, aprì un procedimento e alla fine condannò Microsoft per abuso di posizione dominante nel mercato dei software . Fu un’importante sentenza antitrust riguardante l’enorme mercato del software. Quest’anno l’autorità antitrust statunitense ha avviato una procedura contro Google per comportamenti abusivi della sua posizione dominante, vertente su questioni analoghe a quelle che avevano riguardato Microsoft. Il dibattito sarà lungo, e alla fine si capirà meglio come funziona il mercato del software e in particolare dei motori di ricerca, e se dedurrà eventualmente se e come esso dovrà cambiare, tenendo conto delle eventuali sanzioni di Google. Si prevede un dibattito molto vivace, in cui avvocati ed economisti molto ben pagati avranno ampio spazio.L’articolo il cui link è qui sotto indicato, pubblicato dalla Brooking Institution, spiega in modo sufficientemente chiaro quali sono gli oggetti del contendere

    Articolo 2

    Il brevissimo articolo qui riportato ( Fondo monetario internazionale – IMF ) riguarda l’andamento del debito mondiale, privato – imprese e famiglie – e pubblico, rapportato al PIL mondiale. 
    La fig.1 è molto istruttiva e merita di essere commentata. Il dato indicato è quindi un rapporto, che annulla l’effetto dell’inflazione sul valore assoluto monetario del debito.  Il periodo considerato va dagli anni ’50 ai nostri giorni.Il debito, privato o pubblico che sia, è il ponte tra il presente e il futuro, da un punto di vista economico. Il ponte regge se chi fa credito ha fiducia che chi emette il debito lo ripaghi. Ha un prezzo, dato dalla remunerazione “naturale” del capitale – valore di non immediata individuazione né misurazione – e dal premio per il rischio che il creditore attribuisce al non rimborso della somma da parte del debitore. Un esempio a tutti noto è il cosiddetto spread sul debito pubblico italiano, che misura la rischiosità del debito stesso rispetto al debito pubblico tedesco, che in qualche modo misurerebbe l’interesse “naturale” del capitale. La fig.1 mostra come fino all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso, ossia fino al consolidamento del sistema neo-liberale l’indebitamento sia privato che pubblico aumenta lentamente. A partire da questa data il debito privato e pubblico iniziano a crescere rapidamente. Tale aumento è reso possibile da una politica monetaria molto permissiva (bassi tassi d’interesse), da un  sistema finanziario che si sta irrobustendo e globalizzando, dal boom dei consumi privati ( mutui e in generale acquisti a rate ) e dalla crescita del debiti pubblici per effetto di un costante aumento delle spese pubbliche e di una contemporanea riduzione degli oneri fiscali. I vincoli stretti di bilancio delle imprese non finanziarie fanno sì che l’indebitamento delle imprese si stabilizzi presto. In realtà le imprese frenano gli investimenti produttivi di lungo periodo e privilegiano gli impieghi finanziari. Dunque alla vigilia della crisi del 2008 il livello d’indebitamento delle famiglie e degli stati è già molto alto. Era stata una crescita sostenibile, ossia basata su un’effettiva solidità dei debitori ? Fino a un certo punto, e infatti la crisi finanziaria del 2008 in parte è l’esito della constatazione che la sostenibilità non era dopo tutto così garantita. Si consideri però un dato. Agli inizi degli anni ’90 il Trattato di Maastricht prevedeva che il rapporto debito/PIL non dovesse superare il 60%, perchè al di là di questo valore si sarebbe entrati nello spazio della non sostenibilità. Tale misura risulta oggi del tutto superata. Il livello di sostenibilità è oggi molto più elevato, ma nessuno sa quale sia effettivamente. Più che il valore effettivo del livello sembra contare il suo valore accettato. In altri termini, ciò a cui si crede sembrerebbe essere più importante di ciò che è: la sostenibilità sembra essere un concetto datato storicamente, prima ancora che misurabile e dato. Dal 2008 entra in gioco in modo molto più evidente  la politica monetaria facilitante, il cosiddetto quantitative easing  . Una sequenza di crisi ( 2008, 2020, 2022 ) hanno innestato un circolo vizioso, in larga parte inevitabile, che ha salvato dal crollo delle economie, ma ha anche prodotto l’inflazione, e anche la congiuntura sfavorevole che oggi viviamo. 
    Cosa si può prevedere per il futuro ? non è chiaro e d’altra parte l’IMF stesso in questo articolo non parla di fine dell’incremento globale del rapporto debito/PIL, ossia del grado di indebitamento globale, ma di ritorno sul dato di tendenza passato, che è di crescita. 

    https://content.govdelivery.com/accounts/USIMF/bulletins/3701b0a

    Articolo 1

    Ci si chiede spesso se esista qualche nesso causale tra le scelte di politica economica messe in atto con successo da un governo e gli esiti dei sondaggi elettorali ed eventualmente quelli delle elezioni. Se questa fiducia mancasse non avrebbero ragion d’essere le preoccupazioni dei governi di presentarsi ai cittadini come policy maker di successo.L’articolo qui indicato, pubblicato dalla Brookings Institution, si riferisce all’attualità statunitense, dove l’attuale governo (Biden) sta pensando alle prossime elezioni di novembre (2024), ma non riesce a comprendere perchè le politiche economiche attuate con evidente successo non trovino riscontro nei sondaggi elettorali. Come mostra l’articolo, è necessaria una certa raffinatezza economica nel valutare questo nesso, che esiste, ma è più complicato di quanto si possa ritenere.

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