Ci sono diversi modi di insegnare l’economia sia nelle scuole secondarie che nelle Università – specie nelle facoltà non di Economia – e per i cittadini che vogliono essere consapevoli delle trasformazioni economiche, delle capacità di un paese di reagire alle sfide, di introdurre politiche economiche che consentano di governare il cambiamento.
Alcuni decenni fa, un caro collega (Francesco Campanella), che ci ha purtroppo lasciati da tempo, aveva molto lavorato sulla questione dell’insegnamento dell’economia politica nelle Scuole Secondarie. In particolare con un libro del 1982[1], alla cui stesura avevano collaborato anche alcuni docenti delle Scuole Secondarie, che allora erano organizzati in un gruppo di lavoro (da lui coordinato) per discutere, tra loro e con alcuni docenti universitari, tale questione.
Augusto Graziani, già autore di un libro sullo sviluppo economico italiano[2], che aveva avuto una grande diffusione, aveva scritto un breve saggio nel libro curato da Francesco Campanella che mostrava le diverse modalità di approccio all’insegnamento dell’economia ma non discuteva, tuttavia, la possibilità di un insegnamento basato sulla struttura e le trasformazioni economiche di medio-lungo periodo di un sistema nazionale, cui invece fa un breve riferimento Campanella nel suo saggio iniziale.
Nel volume “Sviluppo e crisi dell’economia italiana (Dal 1945 ad oggi)” (FrancoAngeli Editore) riprendo un filone di ricerca, introdotto da Giorgio Fuà[3] nel 1969 e seguito da un certo numero di economisti italiani e che è diventato uno dei temi che identificano la scuola italiana nel contesto internazionale. Negli altri grandi paesi europei c’è, infatti, un solo volume per paese (spesso aggiornato con o da allievi) di tre grandi economisti (Malinvaud in Francia, Tamames in Spagna e Cairncross in Gran Bretagna) che affrontano questo tema.
Introdurre ai temi ed ai problemi dell’economia a partire dai fatti concreti nelle varie fasi dello sviluppo (dalle scelte effettuate dal sistema delle imprese e dallo Stato alle trasformazioni realizzate, al posizionamento nel sistema degli scambi internazionali, alla capacità di migliorare le condizioni di vita della popolazione; dal modello di sviluppo perseguito alla distribuzione del reddito prodotto, alla capacità di guidare la sostenibilità nel tempo del sistema economico-sociale[4]) rappresenta una modalità di contestualizzazione utile allo studente e al cittadino interessato, che facilita la comprensione dei processi e delle variabili economiche. Credo che questa sia la modalità più efficace per introdurre alcuni concetti analitici tipici dell’economia politica (dalla fissazione dei prezzi alle forme di mercato, alle possibilità di equilibrio, alle cause della disoccupazione, al ruolo della moneta, al ruolo dello Stato, alle politiche economiche, …) che possono, dunque, essere spiegate analiticamente all’interno di un quadro conoscitivo e contestuale e non in una forma astratta, come se il sistema economico fosse retto da regole scientifiche ed universali.
L’attenzione alla realtà di uno specifico paese consente di dare concretezza e chiarire le alternative di scelta (delle strategie delle imprese e delle politiche economiche e degli specifici strumenti da introdurre per raggiungere gli obiettivi previsti) in contesti dati in contrapposizione ad elencazioni astratte di strumentazioni e di teorie che, spesso, non tengono conto del realismo delle ipotesi sottostanti. Inaltri termini,è come porre l’attenzione sulle differenze tra interpretazioni deterministiche e interpretazioni possibiliste, che ovviamente dovrebbero prevalere nelle scienze sociali.
In questo quadro teorico-analitico dovrebbe essere letto il contributo del mio libro come occasione per una riflessione sul metodo dell’insegnamento dell’economia. Ma il libro offre un’ulteriore opportunità di lettura, più semplice ma altrettanto ricca di prospettive, che è quello di narrare le trasformazioni dell’economia italiana negli ultimi 80 anni, operazione non semplice e che generalmente viene affrontata dagli storici e non dagli economisti.
Narrare le trasformazioni economiche e spiegare le cause e il ruolo specifico giocato dalle imprese (o da settori o gruppi di esse) e dallo Stato con l’introduzione di politiche economiche coerenti e, soprattutto, cercare di comprendere perché ad una lunga fase di sviluppo di oltre trent’anni, anche se con un cammino accidentato (dalla ricostruzione al miracolo economico, dalla crisi petrolifera al crollo del sistema di Bretton Woods e all’introduzione del regime di cambi flessibili; dall’introduzione del Sistema Monetario Europeo al nuovo successo economico italiano con il modello dei distretti industriali), è seguita una lunga fase di stagnazione, in modo non chiaramente individuabile, sin dagli anni Novanta. Questa seconda fase è iniziata con gli accordi di Maastricht per la moneta unica europea, paradossalmente in coincidenza con la crisi del Sistema Monetario Europeo innescata dalla crisi finanziaria europea agli inizi degli anni Novanta; è continuata con l’introduzione dell’Euro e delle politiche restrittive di bilancio ed è stata accelerata dalla strategia di rapida integrazione economica internazionale e di globalizzazione che è sfociata nella crisi economica del 2007-2008. La crisi economica si è aggravata ulteriormente, rendendo “vischioso” il cambiamento, e trasformandosi in crisi politica ed istituzionale del sistema internazionale, riducendo progressivamente il potere (di bilanciamento degli interessi e di freno ai comportamenti non rispettosi delle regole stabilite) delle organizzazioni internazionali.
Gli errori di impostazione delle politiche economiche (europee e nazionali) sono, ora, abbastanza evidenti[5] e vengono sottolineate nel libro; ma ciò che più preoccupa è la mancanza di una riflessione collettiva sulla “governance” del sistema economico-sociale a livello nazionale, europeo ed internazionale.
L’instabilità economica e politico-istituzionale a livello internazionale è molto evidente, così come la mancanza di una capacità di interpretazione “razionale” e condivisa di ciò che sta avvenendo. L’attesa di soluzioni “salvifiche” o del “deus ex machina” è assolutamente irrazionale. La consapevolezza su ciò che si può fare, sulle risorse a disposizione, sull’autonomia economica a livello territoriale, nazionale ed europeo è indispensabile. La presa di posizione in un dibattito pubblico aperto è fondamentale.
È necessario apprendere la capacità di leggere ciò che è successo, di organizzare la capacità di comparazione tra modelli differenti di “governance” (che esistono al mondo) e l’individuazione delle variabili cruciali che consentono di bilanciare gli interessi all’interno di un sistema economico e sociale. La questione del modello sociale europeo, che era alla base della costruzione europea e che poi si è perso negli ultimi decenni nel segno del pensiero unico sull’altare delle presunte leggi economiche universali, rappresenta un tema assolutamente decisivo per il nostro futuro. Quanto questo sia rilevante per l’insegnamento ai giovani mi sembra superfluo ricordarlo.
[1] Campanella F. (a cura di), L’insegnamento dell’ Economia Politica nella Scuola Secondaria Superiore: problemi e proposte, Franco Angeli Editore, Milano, 1982.
[2] Graziani A. (a cura di), L’economia italiana: 1945-1970, il Mulino, Bologna, 1972.
[3] Fuà G. (a cura di), Lo sviluppo economico in Italia, voll. II e III, Franco Angeli, Milano, 1969.
[4] Basato su un implicito patto sociale che va rispettato se non si vuol determinare un forte “scossone” nell’organizzazione della società.
[5] Ma vi erano già state indicazioni forti e contrarie all’epoca, anche se non ascoltate.